mercoledì 14 luglio 2010

Claudio Di Scalzo. La metamorfosi del Pastore


  


LA METAMORFOSI DEL PASTORE

Il Pastore raggiunse l’Albero delle metamorfosi in una notte afosa di luglio. Era un pino a ombrello nella macchia che si apriva verso il vicino mare. Le pecore dormivano nella radura inquiete, sembravano parole candide in cerca d’una qualsiasi altura. Il piano ribolliva quell’anno d’angosciosa calura e anche il Pastore ne era segnato nella fronte, nelle madide braccia, nei pensieri arsi e scabri. Il Pastore cercava l’essenziale, lui umile pastore senza cultura e senza grammatica, lo inseguiva per il suo “parlessere” altre volte storpiato nel bizzarro “esserepecor’io”, cercava il reale di una condizione inesprimibile tra sogno d’amore e racconto orale dello stesso. L’Albero delle metamorfosi gli avrebbe parlato, l’avrebbe istruito come l’anno precedente, sui miti greci, sui rischi e le soluzioni che la bellezza concede ai mortali. La fuga possibile anche se per una manciata di tempo dal Niente, dal fagocitante nesso di lui particolare con l’universale. E se di mancanza fosse segnata, ormai, la sua vita che almeno potesse esprimerla con un atto di parola poetica, da pastore, ma poetica. Tanto da scontare la Colpa della sua ignoranza, di accettare lo scacco di avere smarrito la verità. L’Albero delle metamorfosi diede la sua risposta ritirandosi da ogni scambio con l’ardito pastore che cercava quanto a lui non consentito. L’Albero, strumento del volere degli Dei, avrebbe punito chi cercava di andare oltre alla solita lanugine posticcia e consunta nello “scrivere” dell’amore, che lo raccontasse nel modo a lui adatto gli sarebbe stato invece concesso. Però come deciso dagli Dei e dal loro strumento l’Albero delle metamorfosi. Il pastore attese, chiese alla pianta di parlargli, ma il silenzio era totale attorno a lui. Poi avvertì che la sua gola, glottide, corde vocali, lingua si stavano modificando: dalle sue labbra uscirono versi bestiali, animaleschi, che quasi svegliarono le pecore. Era come se gli Dei gli dicessero che il mondo si regge sulle mezze misure, sugli accomodamenti, sui linguaggi di cartapesta!, chi sei tu pastore per chiederne altri! Attraverso l’Albero della metamorfosi strumento divino gli avevano concesso l’essere pecor’io a lui adatto: esprimersi come tutti gli animali del creato che conosceva, mai più come uomo. Anche il suo pianto fu atroce, lo visse come un bue, come un cavallo, come un allocco. Lo stesso il riso demente che lo agitò: rise come una gazza come un maiale nel trogolo come un agnello verso la lama. In una notte scontava la Colpa della sua stoltezza, dei suoi fallimenti, della sua illogica esistenza di pastore amante della poesia.
Rialzatosi dal manto di aghi di pino, come se lo avesse bastonato ogni ramo che vedeva sopra di lui, gli scoccò l’ultima scintilla di “realismo”, una residua vocazione a scoprire la comicità anche nelle sventure supreme. M’intenderò meglio con gli animali che custodisco, si disse, di poeti è pieno il mondo, di pastori con questo marchio di impoeticità solo io. Albeggiava e decise di far vedere al suo petto nudo, contenente il dolore infinito di quel nuovo linguaggio, e al gregge il mare con la sua immensità. Sulla spiaggia, seguendo un impulso inspiegabile, saluto il gregge, si tuffò nell’acqua verde diventando un Nuotatore provetto. Andando in cerca dell’abbraccio a cui era stato chiamato. Un’altra metamorfosi. L’ultima?


Marinella di Sarzana - 14 luglio 2010






  

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